di Stefano Grimaldi

(non è il solito Biopic)

“Io sono grande. E’ il cinema che si è fatto piccolo” – Norma Desmond

Quel genio di WILDER, in questo capolavoro, reinventa le regole del genere introducendo un nuovo tipo di “oscurità”, sorprendentemente di un’attualità disarmante, soprattutto oggi, nell’era dei social e delle New Gen.

Settant’anni d’anticipo per rappresentare sullo schermo la paura di scomparire, un’identità costruita e spesso fragilmente fake, un attaccamento compulsivo allo sguardo pubblico, fino a diventarne l’agnello sacrificale; l’incapacità di separare identità da immagine.

L’impatto su Hollywood e sulle generazioni

Viale del tramonto è il primo “noir non noir”, capace di criticare con ferocia assoluta un mondo che si autodivora: un’industria cinica e illusoria, che distrugge il divismo soprattutto visto da dietro lo specchio. È la follia dell’autoesaltazione alimentata dalla volubilità di un pubblico amico-nemico, e la crudele inesorabilità del tempo che passa.

Uno spaccato che le nuove generazioni non hanno mai davvero ascoltato: il grande — e oggi anche il piccolo — schermo come un pozzo dei desideri in cui è facilissimo annegare.

La lusinga del successo, temporanea e spesso apparente, viene qui elevata a rappresentazione visiva e scenografica di rara potenza, complice un cast straordinario; Gloria Swanson in primis.

Perché “noir non noir”

Niente detective Marlowe con un bellissimo Bogart nel trench e la sigaretta pendula dalle labbra, niente gangsters, niente femme fatale e città notturne. Qui la crudeltà è sottile, strisciante, ugualmente assassina: fallimenti, sogni infranti, rapporti tossici, ricatti morali, attaccamenti patologici. Psiche pura al suo massimo perverso e autodistruttivo.

Wilder parte in quarta iniziando la fosca storia dalla fine: un cadavere che galleggia in una piscina di Hollywood e una voce narrante fuori campo. Un format che verrà ripreso per decenni da altri cineasti. Non c’è un lieto fine, lo si intuisce subito. Non c’è speranza né riscatto.

Nemmeno per un’apparente comparsa come il maggiordomo della protagonista: uno dei personaggi più inquietanti del film. Non è solo un maggiordomo, non è solo un regista fallito… ma ben altro (no spoiler). È colui che alimenta la follia della Diva caduta e dimenticata, perché senza di lei non esisterebbe più nemmeno lui. Una devozione malata che diventa prigione.

È uno dei film più potenti della storia del cinema. È la storia di un sistema che ti ama finché servi. È la storia sordida — e oggi profetica — di molta umanità, leggibile come un avvertimento sul nuovo star system digitale: influencer e micro celebrità schiave dell’approvazione, impegnate a costruire il proprio feticcio, immerse in un mondo farraginoso, vetrinizzato, deformante, volatile.

Insomma: grande Cinema, grande messaggio, grande avviso. Un monito per tutte le generazioni, non solo per gli amanti della settima arte, ma per chiunque voglia guardare oltre lo spettacolo e tornare a ciò che conta davvero: la realtà.