di STEFANO GRIMALDI
(non è il solito biopic)
A ormai vent’anni dal suo debutto, Ratatouille resta il film più politicamente gastronomico della Pixar.
Oggi non entriamo — se non a brevi tratti per sostegno narrativo — nell’analisi del film capolavoro in sé, ma nel modo in cui un cartoon tratti con delicata bellezza e leggera universalità i temi delle barriere, della memoria emotiva e del peggior nemico del talento.
Evitando quindi la retorica della cucina migliore, peggiore, sorpassata o nouvelle, questo film d’animazione entra di prepotenza nell’Olimpo degli immortali Titani del Cinema.
Lo sguardo smarrito del temutissimo critico gastronomico Anton Ego al primo assaggio della ratatouille, il flashback a lui bambino con la madre, la sua crudele penna che cade… ecco: in quel millesimo di secondo crolla l’eterno scontro fra l’alta cucina e la cucina emotiva fatta di ricordi semplici e immortali; ma soprattutto crolla un mondo costruito sulla base di perfezioni tecniche d’accademia, rigore senza sentimento, algidità, sovrastruttura classista che confonde il valore e il talento con l’altezza sociale (alta cucina – topolino nelle fogne di Parigi).
Il film ci dice che questa perfezione formale, se privata di un’anima, rischia di diventare sterile.
Il sovversivo topolino, per impressionare Ego, prende dunque un piatto umile e contadino, elevandolo attraverso l’estetica dell’alta cucina; ma sono il ricordo e il sapore di casa, degli affetti, della giovinezza, a rendere il piatto memorabile. Ecco che il vero valore risiede soprattutto nella memoria emotiva, ricordando al critico parigino cosa conta davvero nel profondo di ognuno — rimasto infantile — e sepolto da una costruzione adulta e, alla fine, limitante.
IL KILLER DEL TALENTO
L’altra grande colonna portante del film è una cruda metafora sociale: l’emarginazione. Remy ha la colpa biologica di essere un topo. Nella scala sociale della cucina rappresenta il nemico giurato, un simbolo di contaminazione. La trama del film, per arrivare alle sue diverse e importanti morali, mostra bene come l’establishment preferisca celebrare una mediocrità “accettabile” (Linguini) piuttosto che riconoscere un’eccellenza “scomoda” (Remy).
Il topo è la personificazione di tutti gli emarginati a cui la società nega l’accesso alla cucina (della vita), costringendoli a operare nell’ombra, a guardare il mondo dalle fessure, al massimo a fare da consiglieri occulti per far brillare di talento il mediocre più socialmente presentabile e accettato.
L’ANGOLAZIONE DIVERSA
Quando lo Chef Gusteau diceva “Chiunque può cucinare”, intendeva dire che un genio della cucina può nascere da chiunque, anche dall’essere più infimo e insospettabile della terra. Ratatouille non è la favola felice di un topolino: è un film profondamente politico che ci ricorda che il talento è democratico, ma le opportunità non lo sono.
