di STEFANO GRIMALDI
(non è il solito biopic)
Bang! Bang! Fotogramma del celeberrimo Museo. Un suono assordante di sirene, poi quell’incipit che attendevamo con ansia, giorno dopo giorno:
“Dans le Louvre, il y a un fantôme. On l’appelle Belphégor. Qui est-il? Un fou, un visionnaire, un criminel? Ou bien l’ombre des millénaires passés?” (“Nel Louvre c’è un fantasma. Lo chiamano Belfagor. Chi è? Un pazzo, un visionario, un criminale? O l’ombra dei millenni passati?”)
Il bianco e nero: pura poesia gotico televisiva.
Il prologo veniva recitato, in lingua originale, dalla voce fuori campo di un giornalista, prima della sigla francese: deliziosa, iconica, poche note ma assestate alla grande.
Per chi, come me, ha vissuto la transizione dal ’900, non è solo nostalgia. È aver visto nascere sceneggiature originali capaci di creare atmosfere ansiose o spaventose attraverso ombre, rumori, silenzi, maschere, effetti speciali pressoché inesistenti, grandi attori e attrici provenienti dal muto, intrighi internazionali, storie di sette segrete, un’Egittologia ancora inesauribile fonte di misteri, e un universo noir che ti proiettava in un mondo fantastico, onirico, claustrofobicamente metropolitano, ipnotico.
Tutto — sempre — senza volgarità inutili, ma con solidità professionale e inventiva.
Nell’edizione italiana trasmessa dalla RAI nel 1966, l’atmosfera era resa magnetica dal fatto che la televisione era un elettrodomestico che ti portava al cinema. Lo stesso processo che, parecchi decenni dopo, tablet, cellulare e pc avrebbero replicato attraverso le piattaforme di streaming video. Curioso, no?
Negli anni ’60 eravamo nell’epoca d’oro della TV. Oggi siamo nell’epoca d’oro dei device. Cambiano i mezzi: se è grande cinema, resta. Corsi e ricorsi.
Ma quel bianco e nero espressionista creava, in molte opere, un insieme di emozioni visive che il colore ha inevitabilmente banalizzato. Accade anche nel remake cinematografico del capolavoro francese, dove nemmeno una matura Sophie Marceau, né gli effetti speciali moderni, sono riusciti a farlo decollare di un metro.
Dicevamo Belfagor. Quello vero terrorizzò l’Europa dal buio del Louvre, in una Parigi notturna, oscura e bagnata dalla pioggia. Il regista Claude Barma fu abilissimo nel costruire un sistema della paura: look terrificante del fantasma, maschera di cuoio, occhi magnetici, tunica sacerdotale inquietante — una statua in movimento. Forza disumana, comportamento silenzioso, geometrico, privo di rumore. Un’entità antichissima, maligna e indecifrabile.
Per riprodurre fedelmente il protagonista, al posto dell’interprete scelto venne usato un mimo straordinario: la sua andatura scivolata rendeva tutto ancora più sinistro e spettrale.
FEBBRE BELFAGOR
Quando andò in onda, un paese si paralizzò. Le strade si svuotavano, milioni di francesi prima e italiani poi si incollavano alla TV in una psicosi collettiva: i centralini della polizia esplodevano di telefonate e avvistamenti del Phantom, inclusi gruppi che organizzavano spedizioni al Louvre a caccia del fantasma.
LA TRAMA (SENZA SPOILER)
Alchimia e società segrete sono gli ingredienti veri. I Rosacroce, il mito del “metallo di Paracelso” custodito sotto la statua del dio moabita Belfagor — capace di conferire il potere assoluto sul mondo — e molti altri colpi di scena trasformano lo sceneggiato da poliziesco a thriller occulto.
CONCLUSIONE
Regia, idee, attori, attrici e scenografie hanno battuto gli effetti speciali moderni grazie al potere della creatività e della forza immaginativa di un cinema che non esiste più. Ma che resta insuperato e meravigliosamente immortale. Proprio come il Fantasma del Louvre, che ancora si aggira nella sala degli Dei egiziani.
