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Il Metodo Stanislavskij tra follia e perfezionismo: dieci attori che sono quasi impazziti per un ruolo

Il cinema hollywoodiano ci ha abituati ai personaggi più disparati, da quelli più buoni e virtuosi fino ad arrivare ad altri più folli e criminali. Non dev’essere dunque facile per gli attori, sempre alla ricerca della perfezione nelle loro interpretazioni, passare da un ruolo all’altro senza cadere loro stessi nella follia. Oltretutto, la metodologia attoriale non aiuta di certo: il celeberrimo Metodo Stanislavskij, utilizzato dalla maggior parte degli attori statunitensi, invita infatti a fare proprie le emozioni del personaggio, ad immedesimarsi intimamente con esso cercando il maggior numero di connessioni con sè stessi e le proprie esperienze. A questo punto diventa perciò chiaro come possa risultare difficile “scrollarsi di dosso” un personaggio al termine della lavorazione di una pellicola, e non essere influenzati e scossi dall’incontro avvenuto.

Gli attori più richiesti, inoltre, si spingono spesso oltre i limiti della ragione, al fine di ottenere performance che possano sorprendere ed affascinare pubblico, critica e, soprattutto, la Academy, da sempre molto sensibile a cambiamenti radicali di peso e follie recitative. Ecco dunque una breve carrellata di attori ed attrici che hanno quasi perso il senno alla ricerca del proprio personaggio.

Bob Hoskins per Chi ha incastrato Roger Rabbit?

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Spesso condividere il set con attori scontrosi e insopportabili può essere un problema, è vero. Ma anche recitare da soli, fingendo di essere attorniati dai personaggi dei cartoon più svariati non è affatto semplice. Può testimoniarlo il celebre Bob Hoskins che, per il ruolo dell’investigatore Eddie Valiant in Chi ha incastrato Roger Rabbit? fu costretto a lavorare per ore in solitaria, rapportandosi con voci fuori campo. Al termine delle riprese, ammise di aver impiegato un pò di tempo prima di smettere di immaginarsi Jessica Rabbit e soci seduti a tavola insieme a lui.

Robert De Niro per Cape Fear – Il Promontorio della Paura

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A proposito di Metodo Stanislavskij, il mostro sacro Robert De Niro può esserne considerato di certo uno dei paladini più duri e puri. Sono moltissimi infatti gli aneddoti legati al suo folle perfezionismo, sebbene quelli più inquietanti di tutti riguardino un ruolo in particolare. Parliamo di Max Cady, il pazzo omicida protagonista di Cape Fear – Il promontorio della paura. Per prepararsi all’interpretazione, De Niro ha speso ben 5mila dollari per modificare la conformazione dei suoi denti, oltre a farsi fare dei tatuaggi con una particolare mistura di erbe che, sebbene non permanente, aveva una durata decisamente lunga. Inoltre, spese molto tempo a leggere resoconti sui peggiori reati sessuali mai avvenuti in cronaca, al fine di comprendere meglio quelli del suo personaggio. Lo stesso Martin Scorsese si definì “inquietato” dallo sguardo di Bob.

Christian Bale per L’Uomo senza sonno

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Christian Bale è un altro attore noto per il suo attaccamento al Metodo Stanislavskij, con tutto ciò che ne consegue. Tra un aumento di 30 chili e una perdita di 50, risulta ormai impossibile saper descrivere la sua corporatura in condizioni normali. La sua trasformazione più incredibile e folle, però, è certamente quella da lui operata in L’Uomo senza sonno, film in cui l’attore perse ben 25 chili, arrivando a pesarne solo 54. A questo fine, la sua folle dieta consisteva in una scatola di tonno e una mela al giorno, oltre ai moltissimi caffè che servivano a dargli quell’aria nevrotica e allucinata. Piccola postilla: il suo ruolo successivo fu quello in Batman Begins, in cui l’attore, per il ruolo di Batman, arrivò a pesare… 96 chili!

Shia LaBeouf per Lawless

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Non è una novità il fatto che il bimbo prodigio scoperto da Spielberg abbia una personalità scarsamente stabile. Le sue follie sul set sono infatti note, dall’abitudine a non lavarsi e dormire all’aperto durante le riprese di Fury, fino al bicchiere di alcol che beveva ogni volta che doveva iniziare una ripresa in Lawless. D’altronde, nel film interpretava un contrabbandiere di gin, perciò il metodo potrebbe anche starci, non fosse altro che, colto dall’ebbrezza di quei bicchierini di troppo, arrivò a colpire il collega Tom Hardy durante la produzione del film. L’attore protagonista di Venom e Mad Max non si è però risentito, ed ha commentato:

All’attore vengono richieste due cose diametralmente opposte. Prima ti chiedono di essere disciplinato e responsabile, comunicativo e collaborativo. Poi, una frazione di secondo dopo, ti viene richiesto di sembrare autenticamente uno psicopatico. Ci vuole un essere umano molto forte per mantenere un genuino senso di benessere attraverso questo battesimo del fuoco. Il dramma non è per gente stabile.

Kate Winslet per The Reader

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La carriera di Kate Winslet è costellata di ruoli che hanno fatto appassionare pubblico e critica, da Titanic a Ethernal Sunshine of the Spotless Mind (non chiedeteci di chiamarlo Se Mi Lasci Ti Cancello, per l’amor di Dio). Il più difficile di tutti, però, è stato senz’altro quello in The Reader, che le è valso un Premio Oscar. Nel film in questione, Kate ha interpretato una ex guardia nazista, che seduce un uomo molto più giovane di lei. L’utilizzo del Metodo Stanislavskij si è rivelato piuttosto impegnativo per lei, che ha dichiarato:

Ci sono voluti mesi per entrare nel personaggio. E’ stato come riprendersi dopo un grave incidente d’auto e cercare di capire quello che era successo. 

Shelley Duvall per Shining

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Sul perfezionismo di Stanley Kubrick se ne sono dette di tutti i colori. La sua “vittima” preferita fu però la povera Shelley Duvall, interprete di Wendy in Shining, capolavoro horror del cineasta. Al fine di farla calare al meglio nel personaggio, il regista la vessò letteralmente per tutto il film, al fine di trasmettere al personaggio l’estrema insicurezza che gli serviva. Coinvolse anche i membri della troupe, dicendo loro di ignorarla e non parlare con lei. Questo tipo di comportamenti la portarono alla depressione, e a problemi mentali che si è dovuta trascinare per molto tempo.

Vincent D’Onofrio per Full Metal Jacket

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Un altro capitolo della saga “Kubrick e il Metodo Stanislavskij” vede la partecipazione, questa volta più consapevole, del giovane Vincent D’Onofrio, protagonista delle fasi iniziali di Full Metal Jacket. La sua interpretazione fu talmente convincente che, tutt’oggi, ci sono persone che affermano di aver visto il film, ma in realtà hanno guardato solamente la parte in cui sono presenti Palla di Lardo e il celeberrimo Sergente Maggiore Hartman. Per prepararsi al ruolo dell’impacciato ed inadatto giovane marine, D’Onofrio prese ben 35 chilogrammi, per lo più di grasso.

Adrien Brody per Il Pianista

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Il più giovane attore ad aver mai vinto un Oscar (29 anni) dovette impegnarsi non poco per non impazzire. Il ruolo del pianista ebreo polacco, tallonato dalle SS, lo portò infatti a pesare 65 chili e a sospendere per mesi le proprie relazioni sociali. Ecco il commento di Brody:

Questo ruolo ha avuto su di me un effetto molto profondo e mi sono chiesto se avesse avuto effetto sulla mia sanità mentale. Mi sono sentito più vicino alla sofferenza e alla tristezza che da sempre esiste nel mondo.

Brad Pitt in Kalifornia

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Se non fosse considerato il sex symbol che è, con ogni probabilità Brad Pitt sarebbe uno dei migliori caratteristi di Hollywood. Sebbene infatti sia ricordato per i ruoli nei quali mette in mostra più che altro le sue qualità estetiche, come quelli in Troy o Ocean’s Eleven, le sue interpretazioni migliori sono senz’altro quelle nelle quali si è tolto di dosso quella fama di “bello di Hollywood”, che non sempre gli ha giovato. Da l’Esercito delle 12 Scimmie a L’Assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, sono molte le performance memorabili dell’attore statunitense. La più degna di nota, che lo ha portato davvero al limite, è però quella in Kalifornia, piccolo road movie passato un pò in sordina, in cui Pitt interpreta un sanguinario e violento assassino, che coinvolge uno scrittore interpretato da David Duchovny (non esattamente in una delle sue interpretazioni migliori, purtroppo) in un folle viaggio attraverso l’America. Per interpretare al meglio il personaggio, il buon Brad rifiutò di lavarsi per tutta la durata delle riprese, arrivando anche a far infuriare il proprio agente.

Joaquin Phoenix per Joker

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Dopo l’entrata nell’immaginario collettivo grazie al ruolo di Commodo ne Il Gladiatore, Joaquin Phoenix ha inanellato molti altri ruoli memorabili, da quello in Her di Spike Jonze a Quando l’Amore Brucia l’Anima. Venezia 76 però pare aver consacrato l’attore con un altro ruolo memorabile, ovvero quello del celeberrimo villain DC, il Joker. Le reazioni della critica sono state per lo più entusiastiche, soprattutto in merito alla sua performance, per la quale ha dovuto perdere molto peso, al fine di seguire ancora una volta il Metodo Stanislavskij e poter entrare nella parte. La follia del suo personaggio avrà influenzato la sua psiche? Questo è stato il suo commento, nella conferenza stampa di presentazione della pellicola.

Per trasformarmi in Joker il primo passo è stato affrontare il tema della perdita. E di fatto ho anche perso molto peso, un aspetto che inevitabilmente colpisce anche dal punto di vista psicologico.

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Stanley Kubrick e l’allunaggio: la teoria cospirazionista che lo vuole regista dello sbarco

La incredibile bufala cospirazionista, secondo cui Stanley Kubrick avrebbe aiutato a falsificare lo sbarco dell’Apollo 11 sulla Luna, ha girato per moltissimo tempo, ed ora spieghiamo perché. Proprio così: alcuni pensano che Kubrick aiutò le autorità statunitensi a mostrare un finto sbarco lunare. La teoria è costruita attorno a prove (che sono già state ampiamente sbugiardate) atte a rivelare che Kubrick filmò una pellicola appositamente perché fosse trasmessa dalle reti televisive di tutto il globo, per ingannare il mondo intero. Il tutto ad uso e consumo della NASA ovviamente, che doveva sconfiggere i russi nella corsa allo spazio.

Ci sono state molteplici speculazioni in merito all’evento, avvenuto il 20 luglio 1969. Molti tentativi erano già stati fatti in precedenza, e il successo di quella missione segnò la definitiva risoluzione di quello scontro con una vittoria statunitense. Buzz Aldrin, Michael Collins e Neil Armstrong furono i primi tre americani a mettere piede sul suolo lunare, con la celeberrima frase di quest’ultimo.

Un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità.

Prima della Missione, ad ogni modo, il clima era tutt’altro che tranquillo o favorevole. La pressione era infatti altissima, in virtù del fatto che l’Unione Sovietica era davvero competitiva e vicina agli americani nella corsa spaziale, tanto da essere stata la prima a spedire un uomo nello spazio. Parliamo ovviamente di Yuri Gagarin, primo essere umano a raggiungere lo spazio quando entrò in orbita terrestre sulla navetta Vostok 1, il 12 aprile 1961. Un fallimento non era dunque nemmeno contemplato nei piani del Governo, in quanto sarebbe stato disastroso in termini di immagine e non solo. A pensarci bene, se l’Apollo 11 non avesse ottemperato ai compiti richiesti, probabilmente la storia del mondo si sarebbe sviluppata in modo molto diverso da come la conosciamo oggi. Questo ha fatto sorgere svariati dubbi nella testa di molti cospirazionisti. E se non fosse successo veramente? Ma soprattutto: se l’evento è stato falsificato, come hanno fatto?

Ed è qui che entra in gioco uno dei registi più famosi dell’epoca, Stanley Kubrick. Chi meglio del direttore di Il Dottor Stranamore – ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba e Spartacus per creare un falso allunaggio da mostrare in mondovisione? Per chi crede a queste teorie, il ragionamento non fa una grinza. Ora, premesso che ovviamente Kubrick NON ha davvero girato un finto allunaggio (precisazione necessaria in un’epoca di antivaccinisti e tentate invasioni all’Area 51), vediamo quali sono gli argomenti portati dai maggiori teorici della cospirazione lunare, e perchè si tratta di fandonie.

La teoria dello Sbarco sulla Luna di Stanley Kubrick

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Innanzitutto, dobbiamo segnalare una simpatica coincidenza: quando il lancio dell’Apollo 11 era in preparazione, indovinate di quale film stava ultimando le riprese Kubrick? Esatto, proprio lui: 2001: Odissea nello spazio del 1968. In quel periodo, mentre HAL 9000 e l’astronauta David prendevano forma, la NASA era allo stadio finale di preparazione per il lancio dell’Apollo 11. Secondo i cospirazionisti, mancanze tecnologiche, fallimenti tecnici e capsule esplose portarono la NASA a cercare un altro modo per battere i russi nella corsa allo spazio, senza perdere altre vite umane. La decisione dunque sarebbe stata quella di fingere che la missione Apollo 11 fosse stata un successo, e che lo sbarco fosse avvenuto.

A questo punto, dunque, la teoria sostiene che Kubrick sia stato approcciato in segreto durante le riprese di 2001: Odissea nello spazio. Venne scelto per fare da consulente proprio perchè stava girando un film ambientato nello spazio, ed aveva già passato molto tempo cercando di ricrearne l’ambiente. Oltre al fatto che che era un grandissimo regista, ovviamente. Il piano, sempre stando alle teorie cospirazioniste, fu di lanciare l’astronave Apollo 11 in orbita, per poi farla atterrare nell’oceano, mentre il materiale girato da Kubrick con Aldrin, Collins e Armstrong sarebbe stato mandato in onda, spacciato per una diretta mondiale.

Le “prove” del finto allunaggio (e perchè non valgono nulla)

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Sì, ci fu davvero un contatto tra Kubrick e la NASA verso la fine degli anni ’60, ma non fu niente di sinistro o segreto. Il regista chiese in realtà di poter parlare con due esperti aerospaziali, dipendenti della NASA, di nome Frederick Ordway e Harry Lange. Al regista serviva semplicemente una consulenza per il film che doveva girare. Furono chiamati infatti in qualità esperti per fare in modo che le riprese sembrassero il più reali possibile. L’esatto opposto di quanto acclamano le teorie cospirazioniste, dunque.

Inoltre, 2001: Odissea nello spazio uscì, come già detto, nel 1968, ovvero un anno prima del volo dell’Apollo 11. Questo fatto è molto importante per un motivo ben preciso: gli shot girati da Kubrick differiscono enormemente dai filmati lunari di Armstrong e compagni. Dunque la domanda è: se davvero Kubrick ha girato lo sbarco sulla luna, perché non ha replicato quanto fatto nel film? In 2001, quando gli astronauti toccano il suolo lunare per la prima volta, la polvere si alza e reagisce ai movimenti. Questo non succede invece ai veri astronauti, in quanto la Luna è nel vacuum spaziale, dunque nulla si muove. Inoltre, i movimenti dei personaggi di 2001 è totalmente diverso da quelli reali. David si  muove facilmente e velocemente, mentre Armstrong e Aldrin si muovono molto lentamente, in quanto la Luna ha solo un sesto della gravità terrestre.

L’ammissione di Stanley Kubrick sarebbe in Shining

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Il diavolo si è sempre nascosto nei dettagli dei film di Stanley Kubrick, per esempio nel celeberrimo Shining del 1980. Qualcuno ritiene che tra i dettagli di quest’ultimo film si nascondano le prove definitive del coinvolgimento del regista nel falso allunaggio. Per essere chiari, non si tratta di set design, costumi o storytelling. Ci sono tante piccole, semplici connessioni trovate da appassionati che hanno contribuito a far crescere, a poco a poco, la presunta credibilità di queste teorie. I dettagli rivenuti sono parecchi. Partiamo dal maglione Apollo 11 di Danny, visto come una vera e propria ammissione del coinvolgimento del regista. Passiamo poi al numero della camera, che venne cambiato da 217 a 237, come la distanza dalla Terra alla Luna (237,000 miglia per i cospirazionisti, in realtà 238,900).

Il drink in polvere Tang, utilizzato dagli astronauti, è nella dispensa dell’Overlook Hotel. Infine, un ultimo messaggio si nasconderebbe nella frase battuta a macchina da Jack, “All work and no play makes Jack a dull boy” (italianizzata in “Il mattino ha l’oro in bocca“). La prima parola, “All” (ovvero “tutti“), starebbe infatti per A11, ovvero appunto Apollo 11. Alcuni di questi dettagli sono apocrifi, mentre altri sono basati su mere speculazioni. Non esiste infatti alcuna prova del coinvolgimento di Stanley Kubrick nello sbarco sulla luna. Nessuna. E anche se fosse, cambierebbe poco. Visto il perfezionismo del regista di Eyes Wide Shut infatti, è probabile che in tal caso avrebbe imposto alla NASA di girare il finto allunaggio… direttamente sulla Luna! 

Leggi Anche – 2001: Odissea nello spazio, la spiegazione del finale

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Valak: l’inquietante storia vera dietro al demone più terrificante di The Conjuring

L’universo cinematografico horror di The Conjuring ha dato il via a numerosi approfondimenti, relativi a demoni e spiriti maligni che si incrociano in modo affascinante nel corso dei vari film. Il demone che più di tutti ha destato l’interesse dei fan – nonché quello potenzialmente più temibile – è Valak, il Profanatore Marchese dei Serpenti che prende le sembianze della suora, sia nello spin-off dedicatogli The Nun, che in The Conjuring 2.

In The Nun, la sceneggiatura ci porta nella Romania del 1952, per riscoprire le origini di Valak, futuro perseguitatore di Lorrain Warren e elemento di congiunzione anche con Annabelle 2, dove viene intravisto in una fotografia proveniente dal monastero nei Carpazi. Prima di arrivare al Caso Enfield, avanti di vent’anni rispetto ai fatti del 1952, bisogna prima riavvolgere la matassa, per capire esattamente cosa succede a Valak tra The Nun e The Conjuring 2.

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Sorella Irene, padre Burke e un cordiale francese di nome Frenchy, mettono apparentemente al bando Valak, rispedendolo nell’abisso da cui venne evocato all’interno del monastero romeno, usando una fiala contenente il sangue di Cristo. Compiuta la missione, i tre si rimettono in viaggio, il francese rivela il suo vero nome – Maurice – e afferma di voler diventare un contadino… ma un dettaglio di montaggio geniale ci mostra una croce rovesciata incisagli sul collo, marchio di Valak stesso.

Per concludere il riassunto, bisogna spostarsi un bel po’ di anni dopo, durante i fatti del primo Conjuring. Ed e Lorraine tengono una lezione sulla possessione demoniaca alla Massachusetts Western University. Argomento della lezione, un contadino franco-canadese di nome Maurice, che con nient’altro che la terza elementare, inizia improvvisamente a parlare il miglior latino mai sentito dai due esorcisti. Ad un certo punto, Maurice blocca Lorraine, sussurrandole parole provenienti da Valak, che la spaventano a morte.

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Il fatto che il vero nome di Maurice non venga pronunciato durante The Nun prima della fine, ha un motivo ben fondato. Maurice Theriault è stato un contadino realmente esistito nel Massachusetts, ritenuto posseduto dai veri Ed e Lorraine Warren durante gli anni ’80. The Conjuring mescola un po’ le date per enfatizzare la narrazione, ma quanto auto pare essere piuttosto vero. Ed Warren ne parlò al The Republican:

Maurice sanguinava dagli occhi. Durante l’esorcismo, la sua testa si è fracassata, come abbiamo registrato su pellicola. Ebbe eruzioni cutanee ribollenti, con raffigurazioni di croci su tutto il corpo. Se fosse stata una malattia mentale o un falso, i tavoli non si sarebbero alzati dal pavimento. È stato messo in ospedale per sei settimane, e nessun medico riuscì a darsi una spiegazione.

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Gli Warren invocarono così un esorcismo – ossia il filmato che si vede in The Conjuring e in The Nun – ampiamente descritto nel libro del 1990 Satan’s Harvest, redatto dagli Warren, dai giornalisti del Boston Globe Michael Lasandra e Mark Merenda, e dallo tesso Maurice Theriault. Tragicamente, nel 1992 l’uomo sparò alla moglie, per poi togliersi la vita. L’universo di The Conjuring afferma quindi che il francese fosse posseduto da Valak, portandoselo dietro dalla Romania fino agli USA.

Durante l’esorcismo di Theriault, Valak, noto anche come Il Profanatore e Marchese dei Serpenti, un demone dai poteri immensi in grado di controllare perfino altri spiriti maligni o anime dannate, appare per la prima volta nelle visioni di Lorraine Warren. Valak si è poi assopito nell’ombra per abbastanza tempo da continuare a tormentare la medium, fino agli eventi di The Conjuring 2, dove sentendo pronunciare il suo nome, Valak viene rispedito all’Inferno. La domanda, ora, è fin troppo chiara: che fine ha fatto il demone più scaltro del franchise?

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Natalie Portman: perché l’attrice ama interpretare personaggi emarginati

In una delle sue recenti performance cinematografiche, Natalie Portman ha stupito tutti per la carica emotiva che riesce a trasmettere ogni volta che indossa i panni di uno dei suoi personaggi, molti dei quali sono spesso emarginati o disagiati. Arriva nella seconda metà di Vox Lux come un tornado, facendo esaltare il suo personaggio ipnotizzante creato dell’autore e regista Brady Corbet. L’attrice ha interpretato il ruolo di Celeste, una cantante sopravvissuta ad una sparatoria di massa durante la gioventù, e corrotta dalla mafia. Una performance che incarna la pura follia della moderna cultura popolare. Durante la conferenza stampa del film al Toronto International Film Festival, Natalie Portman ha descritto la sua performance come:

La mercificazione di tutto, dove la violenza e la notizia diventano qualcosa che vendi, e persino la vita privata. Ciò che accomuna un terrorista e una pop star è che le persone che prestano loro attenzione le rendono preziose, dandogli potere. Questo tipo di mercificazione e attenzione è ciò che stiamo vivendo in questo momento. È la nostra politica, è la nostra cultura.”

Vox Lux è uno dei più grandi titoli arrivati al Toronto International Film Festival (dopo la sua premiere a Venezia) anche senza una distribuzione nord americana. I maggiori acquirenti hanno partecipato alla premiere, ma hanno concordato sul fatto che Natalie Portman avesse portato al film l’unica motivazione commerciale degna d’importanza. All’after party dell’evento, Natalie Portman ha dichiarato a IndieWire che gli attributi non graditi di Celeste l’hanno portata a coprire il ruolo, citando Gena Rowlands in Woman Under the Influence di John Cassavetes e Opening Night come punti di riferimento.

Quelle sono tra le mie performance preferite, e quelli sono film che ammiro molto e credo che quei personaggi siano i più facili con cui relazionarsi perché sono umani. I più distrutti, che possono fallire. Più la persona è presa di mira, più penso di potermi relazionare con essa. La cosa più difficile per me è quando ci sono personaggi che dovresti ammirare, e non li capisco, non mi sembrano persone reali.

Mi connetto con qualcuno che sta attraversando un momento difficile, o quando non sempre la persona in questione mi vuole. Questo è umano per me. È più emozionante interpretare un personaggio del genere.

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La filmografia di Natalie Portman inoltre conferma che Vox Lux suona come un sequel spirituale de Il Cigno Nero, ma quando la psicologia del personaggio si contende con il potere a sua disposizione, suggerisce degli aspetti di Jackie. Inoltre, all’inizio di quest’anno, Natalie Portman ha recitato in Annihilation, un thriller fantascientifico di Alex Garland che ha messo l’attrice al centro di una storia criptica. Il film ha anche affrontato difficili prospettive commerciali: la Paramount ha lasciato il film nei cinema e venduto i diritti internazionali a Netflix.

Come attrice cerco di aiutare a realizzare la visione del regista e provo davvero a trasmettere tutto ciò che posso in modo creativo. Il resto spetta a chi si occupa di business. La cosa più interessante per me, è lavorare con persone che riescono a spingermi creativamente e intellettualmente, mi aiutano ad avere grandi idee, e lasciano molta libertà.

In Vox Lux, Natalie Portman è andata oltre le aspettative con un’altra esibizione straordinaria in cui ha dovuto cantare dal vivo. La musica di Celeste – composizioni originali della cantante Sia – è svelata alla fine del film in una dinamica esibizione sul palcoscenico che vede l’attrice ballare e cantare canzoni in uno stadio enorme.

Non lo considero davvero un ruolo da cantante. Per Vox Lux ho avuto pochissima preparazione. Brady voleva dimostrare che non dovevo essere davvero brava per essere qualcuno. Ma in realtà mi chiedevo: non dovrei fare pratica? Non dovrei esibirmi? E la risposta che ho ricevuto è stata “No! Ho ricevuto il consiglio da un insegnante di canto.”

Anche le scene di danza sono state molto divertenti da preparare. L’ho fatto assieme a mio marito Benjamin Millepied, il coreografo de Il Cigno Nero. Nonostante tutti continuino a chiedermelo, Celeste mon è assolutamente basata su una pop star reale. Ci sono pochi dettagli presi da persone reali che sono sicura tutti saranno in grado di intuire. Ne ho comunque rubati alcuni che ho trovato in diversi documentari.

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Kevin Spacey, tutta la verità: il processo, le accuse e il video incriminato

Immaginate di essere un giovane ragazzo di Nantucket, di lavorare al bar in una sera d’estate e di veder entrare dalla porta uno degli attori più amati di sempre. Immaginate di pensare “wow, sarebbe bello poterlo conoscere, fare una fotografia da mostrare agli amici“. Ora immaginate di essere una star di fama internazionale, immaginate di venir avvicinati da un giovane ragazzo che cerca in tutti i modi di attirare la vostra attenzione; immaginate di domandargli quanti anni ha e di vedervi rispondere 23… immaginate, adesso, la sorpresa nello scoprire, un anno dopo, che quel ragazzo di anni ne aveva 18 e di vedere la madre del suddetto, accusarvi di aver aggredito il figlio.

Inizia così il calvario di Kevin S. Fowler e di William N. Little, rispettivamente la grande star Hollywoodiana e il giovane ragazzo vittima di Spacey.

Chi accusa Kevin Spacey?

Ad accusare l’attore è stata Heather Unruh, giornalista televisiva per New Center 5, dove ha lavorato per quindici anni fino al 14 ottobre 2016 e madre di William Little. L’8 Novembre del 2017 la Unruh ha tenuto una conferenza stampa a Boston, durante la quale ha accusato Kevin Spacey di aver aggredito sessualmente suo figlio di 18 anni nel Giugno del 2016. Durante la suggestiva conferenza stampa la donna, in lacrime, ha raccontato cosa sarebbe capitato quella notte al tra suo figlio, “un giovane ragazzo eterosessuale” e Kevin Spacey.

Dal suo racconto emerge un’immagine fuorviante di Spacey, che avrebbe costretto il figlio a bere fino ad ubriacarlo, per poi molestarlo. Tra lacrime, fazzoletti predisposti sul tavolo e rumorosi otturatori dei fotografi presenti, si formalizzano le accuse della giornalista.

Come sono andati i fatti tra Kevin Spacey e William Little quella sera del giugno 2016

[N.d.R.] Ci teniamo a specificare, anzitutto, che il nostro articolo si basa sui documenti rilasciati dalla corte e non su fatti campati per aria, riportati da altre testate più o meno attendibili. Vi racconteremo, dunque, il punto di vista del ragazzo che si è sentito vittima delle molestie di Kevin Spacey trascrivendo e riassumendo le dichiarazioni che lo stesso ha fatto alle autorità e che potete facilmente trovare a questo link.

È la sera del 7 Luglio 2016, Will lavora al Club Car a Nantucket; Kevin Spacey varca la soglia del bar intorno alle 23.30 mentre il giovane sta ancora lavorando. Will ricorda di aver visto Spacey e il suo manager ad un tavolo vicino al bar. L’occasione è ghiotta, Will desidera a tutti i costi fare una foto con la grande star di Hollywood da postare su Instagram; chiede così, al collega Nick Uzelak, di essere presentato a Spacey. Dopo le presentazioni di rito, Kevin Spacey inizia una conversazione con Will, chiedendogli la sua provenienza: “di Boston”, risponde Will. “Sai, anche il mio cane si chiama Boston, l’ho preso in un canile da quelle parti dopo che scoppiò la bomba alla maratona”, risponde Spacey.

Arriva così uno dei momenti più importanti della serata e su cui verterà la difesa di Spacey. L’attore chiede al ragazzo quanti anni abbia, e Will risponde 23 anni. Così Kevin rincara la dose: “dove studi?” – a questo punto, Will, deve reggere il gioco – “alla Wake Forest, studio economia”. Kevin dice al ragazzo che dovrebbe parlare con il suo manager, “magari potrebbe trovarti un lavoro” e si allontana per andare al bancone del bar, lasciando il ragazzo e il manager insieme a parlare di economia. Will si trova in difficoltà, cercando di camuffare le sue effettive lacune in economia poiché, come scopriremo, Will non ha 23 anni ma 18 e non studia all’università, ma va ancora al liceo.

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L’imbarazzante conversazione sull’economia con il manager di Spacey finisce quando quest’ultimo torna al tavolo e scambia il suo numero di cellulare con quello di Will. L’attore dice al ragazzo che sarà a Nantucket per una settimana e che, visto che ora ha il suo numero, si sarebbero potuti incontrare. Kevin Spacey chiede dunque a Will cosa vuole bere e il ragazzo ordina una birra, prima di una lunga serie di alcolici (si, perché come afferma il ragazzo, nell’arco di 60/70 minuti, Will berrà dagli 8 ai 10 alcolici, consensualmente, senza forzature da parte di Spacey).
Dopo 4 o 5 birre, Spacey si sposta al pianoforte, situato al centro della stanza e Will lo segue, dopo qualche minuto, l’attore esordisce con “ok, ubriachiamoci” e, nel corso della serata ordinerà diversi bicchieri di Whiskey per se e per Will. Will ricorda di essere stato seduto accanto a Spacey, al pianoforte, per diverso tempo, in cui l’attore gli ha posto alcune domande personali, tra cui da quanto tempo frequentasse la sua fidanzata e se fosse dotato.

A questo punto, Spacey esce dal locale per fumare una sigaretta e Will lo segue, seppur non fumatore, si fa offrire una sigaretta dall’attore che lo invita a casa sua insieme al manager e ad altre persone. Will sente un campanello d’allarme e dice all’attore di dover rincasare presto. Kevin prova così a convincerlo dicendogli che non tornerà tardi e che gli chiamerà un taxi per rimandarlo a casa. La conversazione si sposta nuovamente all’interno del bar, vicino al pianoforte, dove Spacey dice al ragazzo di potergli concedere la foto che il ragazzo tanto desiderava, in un luogo diverso dal bar: “se ci facessimo una foto insieme qui, poi dovrei farla con tutti quanti”. A questo punto Kevin si avvicina ancora un po’ al ragazzo e gli abbassa la zip dei pantaloni. Will però dice di non essere sicuro che l’attore abbia effettivamente inserito la mano all’interno dei pantaloni, sentendosi, così, a disagio. Il ragazzo dice di non aver fatto nulla, sapeva di aver mentito sulla sua età e questo avrebbe potuto provocargli dei problemi. Will ha affermato di essere stato toccato per 3 minuti mentre teneva con una mano il bicchiere e con l’altra il cellulare.

potevo andare via ma la sala era piena di gente; non ho avuto un’erezione, non sono gay”.

Will, con la mano di Spacey ancora sui suoi pantaloni, chatta con la sua fidanzata raccontandole quanto sta accadendo e, visto che la ragazza non gli crede, le invia un video su Snapchat. Dopo poco Spacey si alza ed è va in bagno, lasciando Will da solo.

Il ragazzo afferma di aver parlato con una donna ma non ricorda, però, se sia stata lei o lui ad approcciare. Will le dice che pensa che Spacey stia per violentarlo e lei risponde di si. Il diciottenne decide così di scappare a casa della nonna. Sulla via di casa riceve un messaggio da Spacey “credo che ci siamo persi”. Appena arrivato a casa racconta tutto alla sorella Kayla, che chiama la madre per spiegarle l’accaduto. Will afferma, inoltre, che l’intera faccenda è stata solo imbarazzante e non gli ha causato nessun profondo turbamento, utilizzandola spesso come battuta o simpatica storiella da raccontare ai suoi amici. il detective Gerald Donovan ha chiesto a Will se gli fosse già capitato di ubriacarsi in quel modo e il ragazzo ha risposto di si, diverse volte, e di aver avuto anche dei Black Out alcune di queste volte; quindi di non ricordare ciò che gli era accaduto. Così Donovan gli ha chiesto se anche quella sera ha avuto dei black out e Will dice di non averli avuti al bar ma di averli avuti a casa.

La famiglia di Will

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Heather Unruh, madre di Will, gli avrebbe suggerito di chiamare la polizia ma Will non l’ha fatto poiché non voleva mettere nei guai nessuno, anche se stesso, per aver mentito sull’età e aver bevuto alcolici quando non gli era consentito farlo (l’età legale per bere, negli USA, è 21 anni) e i suoi colleghi che gli hanno servito alcolici.

Molly, la ragazza di Will dice di aver chattato con quest’ultimo e di aver ricevuto un video che è stato depositato come prova. Molly ricorda di aver parlato con Will che, visibilmente ubriaco e agitato, continuava a ripetere “non sono gay, non sono gay”. Il gruppo di amici di Will e di Molly, nel tempo, ha continuato a scherzare insieme al diretto interessato, su questa faccenda e Will non è mai stato turbato da questo.

Kyla, la sorella di Will ha affermato di aver parlato con il fratello che le avrebbe detto “Kevin Spacey mi ha stuprato”, la ragazza dice che Will sembrava turbato. Dal racconto di Kyla risulta ovvio che Will fosse molto ubriaco e la donna ha anche affermato di essere rimasta colpita dal continuo uso della parola “stupro” da parte del fratello, mentre parlava di ciò che era successo e che quest’ultimo sembrava molto confuso sull’accaduto.

Altri testimoni di quella sera

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il Detective Jack Mawn ha interrogato altri testimoni, che quella sera erano al Club Car.

  • Joe Pantorno, il proprietario del Club Car: Joe non ha memoria di quella sera ma sa che Kevin Spacey si era presentato al club, Joe dice di non aver visto Spacey molestare Will, affermando, inoltre, che nessuno gli avrebbe riferito quanto successo.
  • David Powell, il barista del Club Car: Ricorda di aver visto Kevin Spacey con altre persone ma David non li ha riconosciuti. Spacey si sarebbe seduto al bar per bere un paio di alcolici. David dice di aver visto Will insieme a Spacey e, dalla sua prospettiva, non sembrava che Spacey fosse seccato da Will, ma stava per andare dal ragazzo a dire di lasciare Spacey da solo e di non infastidirlo ulteriormente. L’ultima volta che li ha visti erano vicino al piano, ma non ha visto Spacey “aggredire sessualmente” nessuno, quella notte. Powell dice, inoltre, di aver saputo di questa storia dai giornali.
  • Claus Bokelman, un cameriere del Club Car: Claus dice di aver visto Spacey al bar ma di non averlo visto insieme a Will. Secondo l’opinione di Claus, l’intera faccenda sarebbe stata ingigantita parecchio. Quando Will è tornato al lavoro, i giorni seguenti, tutti hanno scherzato sull’accaduto, incluso Will.
  • Nikola Uzelac: Nikola ricorda che Kevin Spacey avrebbe frequentato il Club Car per tre volte quell’estate, la prima volta è stata quando l’ha visto insieme a Will. Nikola non lavorava quella sera ma era li con amici e dice di non aver visto alcuna aggressione sessuale. Anche Nikola è stato seduto vicino a Spacey, affermando di aver parlato con lui finché Will non si è presentato, visibilmente eccitato dall’idea di incontrare Kevin Spacey. Uzelac dice di aver visto i due, vicini, nel corso della serata e di essere venuto a conoscenza di quanto accaduto, solamente il giorno dopo quando ha sentito che Will era stato “toccato, aggredito sessualmente o stuprato“.
  • Peggy Feldon, Bartender al Club Car: Ricorda di aver visto Spacey un paio di sere in quel periodo e ricorda di aver visto Will visibilmente emozionato, ma di non aver visto alcun tipo di aggressione sessuale da parte di Spacey.
  • Jennifer Flynn: La madre di Will, Heather Unruh ha cercato di contattare Jennifer su LinkedIn poiché aveva scoperto che la ragazza era presente al Club Car, chiedendole se aveva visto il figlio insieme all’attore o se i suoi amici avessero visto qualcosa, ma la ragazza ha potuto darle poche informazioni.
  • Brian Buch, il pianista al Club Car: Heather Unruh, madre del ragazzo, è riuscita a risalire al pianista del Club Car e, nonostante quest’ultimo avesse affermato di non aver visto nulla, la ex giornalista dice che Buch fosse a conoscenza dei fatti poiché Dave Powell, il barista, gli avrebbe raccontato tutto, compreso il fatto di aver visto una donna consigliare al ragazzo di scappare. Buch, intervistato dal detective, afferma di non ricordare molto di quella sera ma che il barista avrebbe detto di aver visto Spacey e Will andare in un’altra stanza, insieme. Brian afferma, inoltre, di aver parlato con Heather Unruh il 17 Gennaio 2018, un anno e mezzo dopo il presunto incidente. Anche Brian Buch dice di non aver sentito alcuna donna dire a Will di scappare e di non averla vista e non aver saputo nulla a riguardo.

Il processo e la difesa di Kevin Spacey

Una registrazione audio ottenuta dal Boston Globe fornisce una panoramica sulla strategia di difesa che gli avvocati di Kevin Spacey vogliono adottare in questo caso. I due avvocati hanno fallito la scorsa settimana nell’ottenere l’assoluzione per insufficienza di prove, fissando la prima udienza al 7 Gennaio 2019. Durante l’udienza di 36 minuti, l’avvocato Alan Jackson ha sottolineato come il figlio di Heather Unruh non abbia denunciato l’incidente alle autorità la notte stessa o la mattina dopo, ma più di un anno dopo. Jackson ha notato che, secondo il rapporto degli inquirenti, William ha affermato di essere stato lui a contattare Spacey quella sera, al bar, e non il contrario. Inoltre ha scambiato il suo numero di telefono con l’attore, fumato una sigaretta con lui e mentito sull’età, dicendo di avere 23 anni e di studiare all’università, quando invece di anni ne aveva 18 e andava ancora al liceo.

Jackson ha inoltre fatto notare come Will abbia affermato di aver bevuto da 8 a 10 bevande alcoliche – un mix di birre e Whisky, nell’arco di circa 60/70 minuti. Il ragazzo ha inoltre ammesso di essere stato così ubriaco che potrebbe aver avuto dei black out, ma che li avrebbe avuti una volta tornato a casa e non durante il suo incontro con Spacey. L’avvocato ha anche posto l’accento sul fatto che il Will abbia detto agli investigatori che Spacey l’avrebbe tastato per circa tre minuti, senza mai allontanarsi o dire all’attore di fermarsi.

È un tempo incredibilmente lungo in cui avere le mani di un estraneo sui pantaloni, giusto?” ha detto l’avvocato al poliziotto della polizia statale Gerald F. Donovan, membro dell’unità investigativa che ha indagato sul caso Spacey. “si, sono d’accordo con ciò che dice” ha affermato Donovan.

Will ha inoltre detto agli investigatori che non era facile andarsene via perché il bar era affollato, ma gli investigatori non sono stati in grado di trovare nessuno che abbia assistito ad una molestia vera e propria. Secondo i rapporti degli investigatori, altre persone hanno confermato di aver visto Spacey e l’adolescente insieme al bar quella sera, inclusa una persona di aver notato il giovane decisamente pallido e un po’ spaventato.

Il video che potrebbe dare una svolta al processo

Dalle indagini è emerso un breve video di Snapchat che il giovane avrebbe inviato alla fidanzata mentre subiva le molestie di Spacey. Questo video, in possesso di entrambi gli avvocati, mostra la mano di qualcuno che tocca la maglietta di un’altra persona, ma non mostra nulla di incriminante, ha affermato l’avvocato di Spacey.
Intanto l’attore ha sorpreso tutti e, dopo più di un anno di silenzio, è tornato con un video postato sui suoi profili social, il 24 dicembre. Kevin Spacey ha lanciato un messaggio pesante a coloro che lo hanno aspramente criticato negli ultimi tempi:

“Se non ho pagato il prezzo per le cose che ho fatto, di sicuro non pagherò per le cose che non ho fatto”.

Kevin Spacey rischia una pena da 2 anni e mezzo, fino a cinque anni di carcere; o una casa di correzione e l’obbligo di registrarsi come molestatore sessuale.

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Gérard Depardieu: la volta in cui la Francia lo ripudiò dichiarandolo morto

I francesi hanno un umorismo satirico piuttosto particolare, una comicità tagliente e spregiudicata che non perdona e, se feriti nell’orgoglio, sanno essere molto cattivi. Lo sa bene l’attore Gerard Depardieu, che nel 2013 si è visto sulla copertina del settimanale Inrock con un bell’epitaffio che annunciava la sua morte. L’attore simbolo della Francia si era macchiato di un crimine “ignobile” per i suoi connazionali: lasciare il paese e trasferirsi in Belgio, a Néchin, una piccola cittadina nota per essere il paradiso fiscale dei ricchi espatriati.

Prima di andare via, Depardieu aveva restituito il passaporto francese per sottolineare tutta la sua rabbia per l’ipertassazione cui era stato sottoposto dalla madre patria. A peggiorare la situazione era intervenuto il Presidente Vladimir Putin che, a seguito delle plateali manifestazioni di sdegno dell’attore contro le iniziative fiscali del governo socialista di Hollande, aveva pensato bene di donargli anche la cittadinanza russa.

L’affaire Depardieu

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Me ne voglio andare dalla Francia anche perché ho una pessima considerazione di questi governanti, non so come abbiamo potuto pensare di imporre una tassa che esce dai parametri costituzionali. Mi farò accogliere da altri paesi, come è stato per il Belgio. Non torno indietro sulla questione del passaporto, ne su quella dell’esilio fiscale. A Parigi continuerò ad avere un appartamento e a seguire le mie attività, ma mi fermerò come previsto dalla legge non più di sei mesi l’anno.

Prima di chiudere definitivamente con il passato, e con le tasse, l’audace Cyrano aveva anche venduto per 50 milioni di euro la sua lussuosa magione parigina, una dimora storica di 1800 metri quadrati, con giardini, marmi, immense vetrate, terrazze e piscina coperta, situata in una delle zone più chic di Parigi. L’esposizione mediatica di Gerard Depardieu non è andata giù ai francesi, un popolo ferito nell’orgoglio che si è vendicato tramite le pagine del settimanale di cultura Les Inrockubtibles, dichiarandolo morto, almeno idealmente, nel cuore di un paese che lo ha sempre amato, nonostante il carattere irascibile, le risse scatenate, e i processi e le condanne per guida in stato di ebrezza. Ma se il monumento vivente del cinema francese se ne va, i suoi ex connazionali possono vendicarsi di lui con un simpatico epitaffio C’etait Depardieu 1948-2013, puntualizzando però che ad essere morta per sempre era la carriera di Gerard Depardieu.

Noi di Inrock amiamo Depardieu, l’attore. Amiamo Gegè!Glielo vogliamo dire oggi, malgrado il nostro malcontento di fronte al suo gesto. Perché è sempre meglio ricordare le cose buone…Aiuta a Rimpiangerle.

A differenza dei nostri cugini francesi, noi italiani esportiamo i nostri idoli senza troppi rancori. Basti guardare il caso di Sophia Loren: la diva del cinema è un vero e proprio simbolo del made in Italy nel mondo, come la pizza, la pasta o il limoncello, ma non vive più in Italia dal lontano 1977 quando, a causa di una sgradevole vicenda con il fisco, si trasferì con tutta la famiglia prima in California e poi in Svizzera, a Ginevra, dove risiede tutt’ora. La Loren, accusata di evasione fiscale – fece persino 17 giorni di reclusione nel carcere femminile di Caserta nel 1982 – fu assolta quarant’anni dopo e le responsabilità della frode vennero attribuite al suo commercialista. Nonostante l’assoluzione, in Italia non ci è più tornata, ma nessun epitaffio per lei, forse perché ha sempre dichiarato di amare il bel paese, o forse perché noi italiani (oltre a doverle delle scuse) la Sophia nazionale preferiamo tenercela stretta, seppur da lontano. 

LEGGI ANCHE: Gérard Depardieu accusato di stupro da una ragazza di 20 anni

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Frank Sinatra: quando “Il Padrino” rischiò di rivelare i suoi legami con la mafia

Il romanzo di Mario Puzo, Il Padrino, ricevette innumerevoli consensi alla sua pubblicazione avvenuta nel 1969, ma come la storia ha raccontato in diverse occasioni, il successo del libro, poi divenuto film, non venne condiviso da tutto il pubblico dell’epoca, tra cui anche Frank Sinatra, direttamente – o apparentemente – coinvolto nelle vicende narrate nel romanzo. Uno dei tanti racconti intrecciati con la carriera della leggenda della musica è l’insistente e ricorrente voce che Frank Sinatra sia stato l’ispirazione per il personaggio di Johnny Fontane – figlioccio di Don Vito Corleone – con delle assonanze talmente verosimili da convincere The Voice che Puzo lo avesse preso d’esempio per la creazione dell’affiliato alla famiglia mafiosa.

Una somiglianza che fece imbestialire Frank Sinatra, così arrabbiato da rimproverare Puzo, stando a quanto avrebbe dichiarato lo stesso scrittore in un articolo dell’agosto 1972, riportato sul New York Magazine. L’autore era impegnato alla stesura della sceneggiatura del film – acclamato come uno dei più grandi di tutti i tempi – quando venne invitato da un milionario che preferì restare anonimo, ad una cena a Chasen’s – famoso luogo di ritrovo vicino a Beverly Hills, aperto nel 1936 e chiuso nel ’95. Una volta arrivato, Puzo incontrò il mittente dell’invito, che volle introdurre allo scrittore un altro ospite della serata, Frank Sinatra stesso, ma sentita la puzza di bruciato, Puzo rifiutò evitando di incontrare il cantante.

I legami di Frank Sinatra con la malavita

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Si diceva che Frank Sinatra avesse legami col crimine organizzato, il quale gli avrebbe permesso di compiere alcune delle mosse più importanti della sua carriera, inclusa una presunta “scissione di contratto sulla base di minacce di violenza fisica” – vi dice qualcosa Luca Brasi? – e nel romanzo, come nel film, la carriera di Johnny Fontane sembra basarsi proprio sui legami coi Corleone. Nella versione Blu-Ray de Il Padrino, lo stesso Coppola menziona brevemente Sinatra durante le sequenze di Fontaine, dichiarando che “ovviamente Johnny è stato ispirato in qualche modo a Frank”.

Dal canto suo, Frank Sinatra – vincitore di un’Oscar al miglior attore non protagonista in Da qui all’eternità, del 1953 – una volta incontrato Puzo al ristorante contro le volontà dello scrittore, andò su tutte le furie disgustandosi alla vista dell’ospite, tanto che il milionario dovette scusarsi con Sinatra per averlo fatto agitare a tal punto. Nel tentativo di mediare, Puzo disse al cantante che l’idea di Fontane non fu sua, ma di qualcun altro, presumibilmente il suo editore, ma la scusa non servì a placare Sinatra, che iniziò addirittura a minacciare denunce per abusi.

La versione di Mario Puzo

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Ricordo che, contrariamente alla reputazione di Frank Sinatra, non ha mai usato un linguaggio volgare quella sera, ma ha fatto molto di peggio. Alludeva spesso a delle minacce, ma la cosa mi lusingò, non era da tutti i giorni trovarmi in una situazione del genere. Poi Frank diminuì la dose, dicendo che se non fossi stato l’energumeno gigantesco che ero rispetto a lui me le avrebbe date di santa ragione.

Quello che mi ha fatto davvero strano però è stato ricevere minacce del genere da un italiano del Nord. Nessun settentrionale osava sfidare fisicamente un meridionale, sarebbe stata una situazione simile ad Einstein che punta il coltello a Capone! Quelli del Nord non si impicciano mai coi meridionali, tranne quando devono farli imprigionare o deportare in qualche isola deserta.

La cena comunque proseguì e Frank continuò a punzecchiarmi senza alzare gli occhi dal piatto, finché non trovai la forza di andarmene. Ero umiliato e lui deve essersene accorto, infatti continuò ad urlarmi dietro, invitandomi a mettermi un cappio al collo.

LEGGI ANCHE: La morte di Pasolini, una storia sbagliata

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La morte di Pier Paolo Pasolini: una storia sbagliata

Nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 morì ad Ostia Pier Paolo Pasolini uno dei più importanti intellettuali italiani ed europei. Sopratutto morì un poeta e come disse Alberto Moravia ricordando il suo caro amico:

Abbiamo perso un poeta. E di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo

La morte di questo scrittore e intellettuale è stato uno tanti misteri irrisolti del nostro paese. Quindi è bene dare un occhiata in maniera fredda ai crudi fatti che accaddero. Con la consapevolezza che è probabilmente impossibile capire cosa successe veramente.

La morte di Pasolini: i fatti legati alla morte

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Il corpo del poeta fu trovato alle 6.30 del mattino di domenica 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia completamente martoriato. La faccia era ridotta a un cumulo di sanguinolento e il corpo presenta ferite e lesioni. Il giovane diciassettenne Pino Pelosi trovato alla guida dell’auto di Pasolini già prima del ritrovamento del corpo confesserà l’omicidio del poeta. Secondo questa sua prima versione lui sarebbe stato abbordato dall’intellettuale e gli sarebbe offerta la possibilità di guadagnare del denaro in cambio di un rapporto sessuale. Lo scrittore portò così il giovane a mangiare qualcosa nel locale al Biondo Tevere e poi i due si diressero a Ostia. Arrivati ad Ostia secondo Pelosi Pasolini avrebbe chiesto al ragazzo un rapporto sessuale non desiderato e al rifiuto di Pelosi lo scrittore avrebbe minacciato il ragazzo con il bastone.

Il ragazzo spaventato avrebbe colpito Pasolini in vari punti del corpo con una tavoletta di legno fino a renderlo incosciente. Poi avrebbe acceso la macchina e investito il poeta uccidendolo. Questi a grandi linee i fatti raccontati da Pelosi ai tempi hanno convito i giudici che hanno condannato Pelosi per omicidio. Tuttavia varie cose rimangono poco chiare in questa vicenda. Molti amici e simpatizzanti di Pasolini per esempio hanno fatto notare come fosse poco probabile che un uomo atletico e sportivo potesse essere messo al tappeto da un giovane come Pelosi. Sempre un maggior numero di persone crede attualmente che altri siano stati gli assassini di Pasolini e non di certo il “ragazzo di vita”.  Per comprendere al meglio la vicenda della è utile sapere alcune cose sulla vita, le opere e la poetica di Pasolini, sopratutto in relazione agli ultimi anni della sua vita.

Pasolini: una vita di scandali e contraddizioni

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Dalla pubblicazione del suo primo romanzo Ragazzi di vita (1955) fino al suo ultimo film Salò o le 120 giornate di Sodoma la carriera di Pasolini fu continuamente motivo di scandalo per la società dell’epoca. Pasolini dovette affrontare un numero altissimo di denunce sia contro la sua persona che contro le sue opere. La ragione di questo alto numero di denunce e processi si deve alla omosessualità mai negata dell’autore da una parte e dall’altra per il fatto che nelle sue opere Pasolini raccontò storie crude e realistiche molto spesso associate alla violenza e alla sessualità.

Sopratutto Pasolini visse di contraddizioni che nell’Italia  piccolo-borghese del dopoguerra sono inconcepibili. Pasolini fu un uomo di sinistra e antifascista che scriverà:

Io sono una forza del Passato.

Solo nella tradizione è il mio amore.

Pur essendo marxista ,gramsciano e ateo era affascinato alla religione cattolica in maniera molto profonda tanto da dirigere un film sul vangelo di Matteo. Il lavoro di Pasolini in genere pone molta attenzione verso l’accostamento di figure contrastanti e apparentemente contrarie come amore-morte, cristianesimo-ateismo, progresso-barbarie. Proprio risolvendo questi contrasti si può comprende il senso dell’opera Pasoliniana.

Pasolini: Petrolio, Scritti corsari e Lettere Luterane

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Negli ultimi anni della sua vita Pasolini fu molto attivo sopratutto a livello cinematografico. Ciò non significa che si dimenticò della sua attività di letterato.  Pasolini lavorò negli anni settanta a Petrolio un romanzo che alcuni intellettuali e amici dello scritto ritengono essere la causa della sua morte, questa opera rimase incompiuta. Oltre a questo scrisse moltissimo su quotidiani e riviste vari articoli molto polemici che alcuni sostengono siano la causa della morte dello scrittore. In uno di questi intitolato  Cos’è questo golpe? Io so e pubblicato sul “Corriere della Sera” il 14 novembre 1974 Pasolini scrisse:

Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.

Questi articoli finirono nella celeberrime pubblicazioni postume Scritti corsari (1975) e Lettere luterane (1976). In questi scritti si batte in maniera molto feroce contro il crescente consumismo.

Pasolini: la denuncia contro la società dei consumi

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Pasolini notò come nel corso degli anni la società italiana cambiò omologandosi e perdendo così le varie differenze di classe. Questo cambiamento antropologico fu causato per l’intellettuale di Casarsa sopratutto dalla televisione che proprio per il fatto di essere un medium di massa omologava le persone a comportarsi in maniera uguale alle altre distruggendo ogni cultura particolare e diversa. Pasolini associò il potere della società dei consumi al fascismo. Notando come tutto sommato questa nuova forma di potere fosse addirittura peggiore di quella del fascismo. Pasolini dirà:

Il regime è un regime democratico. Però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non era riuscito assolutamente ad ottenere. Il potere di oggi, cioè il potere della civiltà dei consumi, invece riesce ad ottenere perfettamente. Distruggendo le varie realtà particolari. Togliendo realtà ai vari modi di essere uomini, che l’Italia ha prodotto in modo storicamente molto differenziato.

Questa posizione viene ripetuta in maniera quasi ossessiva dall’intellettuale nelle interviste, negli articoli di giornale e sarà presente in molte opere letterarie e cinematografiche del poeta.

Pasolini: Salò o le 120 giornate di Sodoma

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L’ultima opera cinematografica di Pasolini Salò o le 120 giornata di Sodoma (1975) è l’ultimo film di Pasolini e di certo il più divisivo e violento di tutta la sua produzione. Il film è una trasposizione dell’opera letteraria del Marchese de Sade Le 120 giornate di Sodoma (1785). Il film è ambientato a Salò durante la dittatura nazi-fascista della Repubblica Sociale Italiana.

Le varie nefandezze dei personaggi descritti da Sade vengono divise nel film in quattro parti. I quali prendono spunto dall’ordinamento dei gironi danteschi. I quattro capitoli sono: Antinferno, Girone delle Manie, Girone della Merda e Girone del Sangue. Nel lungometraggio vengono mostrate scene di uccisioni, coprofagia, violenze sessuali su minori ecc. Con lo scopo di mostrare la natura anarchica  e indistruttibile del potere.

L’intenzione di Pasolini non fu quindi quella di denunciare solo i crimini del fascismo. Semmai fu quella di mostrare come i potenti Dietro una maschera formale ma senza una vera ragione, hanno continuato nel corso della storia dell’umanità a perpetrare crimini orribili. Pasolini dirà in un’intervista fatta per il “Corriere della Sera” il 25 marzo 1975:

 Ecco: è il potere che è anarchico. E, in concreto, mai il potere è stato più anarchico che durante la Repubblica di Salò.

Ovviamente il film uscendo postumo è stato associato molto spesso alla morte di Pasolini; sia per gli argomenti trattati sia per il fatto che uscì postumo. Giuseppe Bertolucci scriverà nel suo libro Cosedadire (2011):

“Salò” è l’ultimo film di Pasolini e coincide con l’anno della sua morte, il 1975, tanto da esserne indissolubilmente, direi quasi intrinsecamente legato alla memoria di chi quel terribile evento ha vissuto come testimone.

C’è chi sospetta che Pasolini quella notte sia andato ad Ostia per trovare delle bobine di Salò . Le quali erano state rubate con la richiesta di un  riscatto.

La morte di Pasolini: la ricerca della verità

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Come già detto la morte di Pasolini non è stata ancora chiarita. Dal momento della sua morte due sono state le tesi principali. Da una parte c’è chi sostiene che il poeta sia stato ucciso da Pelosi. Dall’altra c’è chi dice che a uccidere il poeta siano stati un gruppo di fascisti. La teoria dell’omicidio di stampo fascista è stata rafforzata nel 2005 quando Pelosi affermò di non essere stato lui a uccidere Pasolini. A uccidere il poeta sarebbero stati tre ragazzi che avrebbero picchiato l’intellettuale a sangue per poi ucciderlo. Tuttavia la versione di Pelosi del 2005 è da prendere con le pinze vista la bassa attendibilità del testimone.

Edoardo Sanguineti e altri intellettuali sono stati dell’idea che la morte di Pasolini per mano di Pelosi sia stato “suicidio per delega”. Importante fu la posizione di  Oriana Fallaci  che si è sempre battuta con i denti e con le unghie per dimostrare come la morte di Pasolini fosse da attribuire ai fascisti. Il film del 1995 di Marco Tullio Giordana Pasolini, un delitto italiano mostrerà come molte cose nel caso Pasolini siano poco chiare. Molto diverso è il film di Abel Ferrara  del 2014 intitolato Pasolini ­. Abel Ferrara preferisce concentrarsi verso il posta e l’uomo Pasolini piuttosto che fare un film d’inchiesta sull’omicidio di Pasolini.

La ricerca della verità fu per Pasolini un punto essenziale nella sua vita. Il poeta di Casarsa cercò quasi ossessivamente di smascherare le ipocrisie dell’Italia. La sua ricerca fu talmente profonda che secondo molti intellettuali dei giorni nostri il poeta riuscì a profetizzare molti aspetti negativi presenti nella nostra società globalizzata. Proprio per questo sembra doveroso ricercare la verità nel caso Pasolini, anche se all’apparenza può sembrare inutile. Scoprire la verità, qualunque essa sia, è qualcosa che in fondo dobbiamo a questo poeta.

LEGGI ANCHE: River Phoenix- tutto su quella tragica notte al Viper Room

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River Phoenix moriva il 31 ottobre di 25 anni fa: tutto su quella tragica notte al Viper Room

La cosa triste di alcune ricorrenze è che, indipendentemente da quanto si possa fare per renderle indelebili, ci sarà sempre qualcosa o qualcuno che non se ne ricorderà. E’ il caso del 31 ottobre: Halloween, feste, ma anche il giorno della morte di River Phoenix.
River Jude Phoenix, nato a Madras il 23 agosto 1970, è morto a Los Angeles proprio il 31 ottobre del 1993 in circostanze a dir poco tragiche. Si tratta di un destino che troppo spesso è stato comune a vip e personaggi dello spettacolo, morti giovanissimi a causa di eccessi e circostanze poco chiare. Eppure il successo di River Phoenix sembrava poterlo salvare da tutto.

Grande promessa del cinema, River Phoenix incarnava i sogni di tutti gli adolescenti degli anni ’80 e ’90. La fama è arrivata a soli 12 anni grazie a una pubblicità, portandolo ad essere scelto per film come Stand by MeIndiana Jones e l’utima crociata, Vivere in Fuga (che gli permise di ottenere la sua prima nomination all’Oscar quando aveva solo 19 anni) e molti altri ancora. Occhi azzurri e capelli d’angelo, attivista per l’ambiente e per gli animali, diverse organizzazioni umanitarie ed ambientaliste, River Phoenix sembrava essere l’emblema del bravo ragazzo, ma un grande tormento interiore lo ha portato alla tragica fine che tutti noi conosciamo.

River Phoenix: la notte della morte

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La notte del 31 Ottobre 1993, River si trovava al Viper Room, noto club di Los Angeles di proprietà dell’amico Johnny Depp. Insieme all’attore c’erano la sorella Rain, il fratello Joaquin Phoenix (che noi abbiamo incontrato, scopri di più), l’amico Dick Rude e la fidanzata Samantha Mathis. River era appena tornato a Los Angeles per trascorrere qualche giorno di riposo insieme agli amici e ai familiari, prima di ritornare nello Utah a concludere le riprese di Dark Blood.

Quella sera l’attore aveva appuntamento con i fratelli e gli amici all’Hotel Nikko, a West Hollywood, dove iniziò a fare uso di cocaina e marijuana, insieme ad alcune bottiglie di champagne, prima di recarsi al Viper Room. Moltissime personalità del mondo dello spettacolo erano presenti quella sera, oltre all’amico Depp e al fratello Joaquin, anche il  bassista e l’ex-chitarrista dei Red Hot Chili PeppersFlea e John Frusciante, il cantante dei Butthole Surfers Gibby Haynes, quello degli Stone Sour Corey Taylor e gli attori Christina Applegate e Leonardo DiCaprio. Tutti i presenti alla festa, dichiararono che le condizioni in cui versava River a inizio serata erano preoccupanti.

Dopo essere stato visto insieme a Flea e John Frusciante, River scomparve insieme ad alcuni spacciatori, nei bagni del Viper Room e assunse una variante dell’eroina chiamata “Persian Brown”. Dopo aver assunto l’ultima dose di droga, Phoenix iniziò a sentirsi male vomitando nel bagno in preda a forti tremori.

Preoccupato per le condizioni dell’attore, Frusciante gli diede tre valium; poco dopo River svenne. Quando riprese conoscenza lamentò difficoltà respiratorie e chiese di essere accompagnato fuori dal locale per prendere un po’ d’aria. Subito dopo essere uscito dal locale, davanti agli occhi del fratello e della compagna, river collassò a terra; iniziò così la prima delle cinque crisi epilettiche che colpirono l’attore. A questo punto anche la sorella e gli amici andarono fuori dal locale, limitandosi a guardare la scena senza chiamare i soccorsi poiché sapevano che River aveva fatto largo uso di droghe quella sera.

All’interno del Viper Room la serata correva tranquilla e la band era nel mezzo della loro canzone Michael Stipe, mentre River Phoenix andava in Overdose.

Joaquin Phoenix, la telefonata al 911 e la morte.

 

Quando Joaquin, il fratello di River, si rese conto di ciò che stava accadendo, chiamò il 911. Il giovane Phoenix, in preda al panico, non fu in grado di determinare se il fratello respirasse. Negli anni è rimasta famosa la tragica telefonata che il giovane Joaquin Phoenix fece al 911, e che potete ascoltare in questo video.

I soccorsi non giunsero in tempo, River morì così sul marciapiede in Sunset Boulevard, davanti all’ingresso del VIper Room. Ogni tentativo di rianimazione fu vano e River Phoenix venne dichiarato morto alle 1.51.
La causa della morte dell’attore fu un’overdose di eroina e cocaina sotto forma di Speedball, Valium, Efedrina e un anti-influenzale.

Alcuni amici di Phoenix contestarono quella che resta, ad oggi, la versione ufficiale sulla morte dell’attore, sostenendo che durante la serata, la droga sia stata disciolta in una bevanda a insaputa di River. Sul corpo di Phoenix non furono mai ritrovati segni di aghi e di alcool, visto che l’attore aveva bevuto solamente acqua durante tutta la serata; furono comunque rinvenute abrasioni alle mani e una contusione a uno stinco per via della caduta. Phoenix consumò cocaine ed eroina in dosi quattro volte superiori a quelle letali, ossia 7,80 µg/ml nel sangue e 100,80 mg nello stomaco di cocaina e 1,70 µg/ml nel sangue e 0,20 mg nello stomaco di eroina. Mescolò queste ultime con crustal meta e cannabis. L’autopsia non fu mai in grado di stabilire con esattezza quale droga uccise l’attore.

River fu cremato il 4 Novembre 1993 e le sue ceneri furono disperse nel ranch della famiglia Phoenix a Micanophy in Florida.

River Phoenix e le dichiarazioni di Johnny Depp

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In una recente intervista per Rolling Stone, Johnny Depp ha raccontato della morte di River. Secondo alcune ipotesi fu proprio Depp a consegnare a Phoenix la dose fatale.
Johnny Depp ha affermato di aver sofferto molto per queste illazioni sulla morte di quello che è stato uno dei suoi amici più cari:

Provate a immaginare cosa voglia dire vivere con questo senso di colpa

Per anni, nel giorno di Halloween, Depp ha tenuto il locale chiuso in segno di rispetto nei confronti dell’amico River Phoenix.

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I migliori film horror da vedere e rivedere più volte nella vita

Quando si parla del genere horror, ci sono alcuni film così spaventosi, così inquietanti o forse così brutti da farti capire che sarai sempre in grado di vederli solo una volta, e quando si parla del sentimento della paura, molti spettatori pensano – forse anche a ragione – che il fattore spaventoso dei film e l’effetto adrenalinico che ne deriva sia un elemento che va man mano sparendo ogni volta che si riguardano i film. Tuttavia, ci sono senza dubbio alcuni film horror da vedere molto più di una sola volta. Che si tratti di un film da vedere una volta l’anno o in diverse occasioni per scoprire nuovi dettagli e indizi, di film horror da vedere e rivedere ve ne sono alcuni preziosi. Di seguito ne elenchiamo alcuni che hanno fatto la storia del genere e sono divenuti degli horror cult indimenticabili.

Scream, Wes Craven (2004)

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Prima dell’uscita di Scream, il genere horror soffriva di un calo di interesse e di popolarità. Poi è arrivato il film, che è ispirato alla vera storia dello Squartatore di Gainesville, e il suo conseguente successo ha riacceso l’interesse e l’appetito per il gusto horror del pubblico. Questo perché Scream fu visto come un prodotto esemplare e unico al momento del rilascio. Presenta personaggi che fanno riferimento alla cultura horror consapevoli dei cliché del genere, superandoli a testa alta. Diretto da Wes Craven e scritto da Kevin Williamson, Scream ha incassato 173 milioni di dollari a fronte di un budget di produzione di soli 15. Ha anche dato il via a tre sequel, sebbene siano molto meno popolari e di alto livello, nonostante la saga di Scream venga spesso citata come una delle preferite del genere. Il primo capitolo però, sarà sempre il migliore della serie ed è uno dei film horror da vedere ad ogni occasione.

Un Lupo Mannaro Americano a Londra, John Landis (1981)

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Grazie ad un grande mix di umorismo e di paura, il film è un film horror da vedere più e più volte. Viene spesso citato come molto importante nel genere cinematografico che attinge alla comicità e ha aperto la strada per un sottogenere divenuto piuttosto frequentato dopo questo film. Un Lupo Mannaro Americano a Londra è stato anche un capitolo importantissimo per il make up e l’effettistica speciale, vincendo il primo Oscar per il miglior trucco messo in vigore dall’AMPAS nel 1981. Scritto e diretto da John Landis, è stato ispirato da un’esperienza che ha avuto mentre girava Kelly’s Heroes nelle campagne della Jugoslavia. Mentre percorreva una strada di campagna, vide un funerale di zingari alle prese con la sepoltura della salma in una tomba molto profonda e cosparsa di aglio, affinché il cadavere non potesse risorgere dal mondo dei morti. Ciò diede a Landis un’idea per fantasticare su cosa farebbe un uomo comune di fronte alla presenza di non morti.

The Orphanage, JA Bayona (2007)

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Questo film horror fiabesco spagnolo è stato diretto da JA Bayona, usando le impostazioni e le idee del genere più convenzionali per creare un film sorprendentemente raccapricciante ed efficace rimasto nell’immaginario collettivo del pubblico anche a distanza di anni. Le sensazioni strumentalizzate nel film sono così efficaci che l’impatto sullo spettatore resta invariato anche una volta rivisto il film. Scritto da Sergio G Sanchez, è stato presentato al Festival di Cannes dove ha ricevuto una standing ovation di dieci minuti. Ha continuato a segnare la più grande apertura al botteghino di un film in Spagna battendo la concorrenza di quell’anno, come Pirati dei Caraibi: Oltre i Confini del Mondo e Shrek Terzo e superando perfino il successo de Il Labirinto del Fauno.

La Vendetta di Halloween, Michael Dougherty (2007)

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Il film è un’antologia di quattro storie tutte collegate alla festa di Halloween, riguardante un preside, un massacro in uno scuolabus, una festa a sorpresa e il personaggio di Sam. Gli episodi sono collegati tra loro dalla presenza di quest’ultimo, un misterioso costume per bambini che appare ogni volta che uno dei personaggi rompe le tradizioni della festività anglosassone. Scritto e diretto da Michael Dougherty, il regista fece un cortometraggio intitolato Season’s Greetings nel 1996, che introduceva La Vendetta di Halloween. Il film antologico venne ben accolto con recensioni incredibilmente positive e ha conquistato un ruolo di culto subito dopo l’uscita. È un film horror da vedere ogni Halloween e quindi almeno una volta l’anno!

It, Andy Muschietti (2017)

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Inflazione permettendo, It è il film horror che ha incassato di più nella storia del cinema, incassando oltre 700 milioni di dollari in tutto il mondo, ricevendo delle recensioni positive da gran parte della critica, inclusa quella dell’autore Stephen King, che ha scritto il romanzo su cui si basa la trasposizione. Sceneggiato da Chase Palmer, Seth Grahame-Smith e Cary Fukunaga, l’adattamento del 2017 è stato diretto da Andy Muschietti. Il film combina l’horror alla storia della crescita adolescenziale, attraendo di fatto un pubblico vastissimo. L’elemento terrificante gioca su alcune delle paure più comune tra le persone, aumentando la tensione in maniera crescente e mettendo i personaggi in una mischia di eventi pericolosi. In un recente sondaggio, il pubblico ha messo di aver rivisto It numerose volte, nonostante sia uscito da pochissimo tempo. Con questo presupposto, It è destinato ad essere uno dei film horror da vedere decisamente più di una sola volta.

Get Out, Jordan Peele (2017)

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Scritto e diretto da Jordan Peele al suo esordio alla regia, Get Out ha avuto un impatto sul pubblico non solo per la sua natura socialmente impegnata, ma anche per la sua natura horror sbalorditiva. Ha incassato 255 milioni al botteghino a fronte di un budget di produzione di soli 4.5, rendendolo uno dei film più redditizi dell’anno e vincendo l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale. È un film brillante ed efficace e riesce a combinare horror, elementi di commedia e critica sociale per creare un horror non solo raffinato, ma anche piacevole da guardare, più volte dopo la prima. Questo a causa dei vari indizi nascosti e il sottotesto che il pubblica non nota alla prima visione. Essere un’istantanea della società e allo stesso tempo essere divertente vuol dire diventare un film che il pubblico amerà riguardare.

L’Alba dei Morti Dementi, Edgar Wright (2004)

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Il primo capitolo di Shaun Pegg e Nick Frost, diretto da Edgar Wright, è stato un successo commerciale e critico che ha contribuito a rendere nuovamente popolare la presenza degli zombie nel genere horror. Il film è stato costantemente citato in varie classifiche sin dal 2004 e nominato come il nono più grande film di zombie dalla rivista Stylus, come miglior film del decennio da Now e uno dei venticinque horror più importanti dei nostri tempi. L’ambientazione e l’umorismo in puro stile British aiutano L’Alba dei Morti Dementi a distinguersi dai film simili, non essendo solo una grande commedia, ma anche uno splatter dagli effetti sul pubblico efficaci ancora oggi.

Lo Squalo, Steven Spielberg (1974)

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Basato sul romanzo del 1974 di Peter Benchley col titolo omonimo a quello in lingua originale e diretto da Steven Spielberg, il film viene spesso citato come uno dei migliori in assoluto di tutti i tempo. Incassando oltre 470 milioni di dollari al botteghino, è stato uno dei guadagni più alti dell’epoca fino all’uscita di Star Wars nel 1977. Sebbene Lo Squalo non venga considerato come un horror tradizionale, ha molti elementi e temi classici del genere – un accumulo di suspense e di tensione, spaventi e un killer che insegue senza pietà la sua preda, solo per citarne alcuni. È un film con cui il pubblico ha stretto un rapporto unico che resta indissolubile anche dopo molti anni. Dalla sua uscita, sono stati rilasciati molti sequel e imitazioni, ma nessuno dei quali ha raggiunto il livello di qualità dell’originale.

Shining, Stanley Kubrick (1980)

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Tratto dal romanzo di Stephen King, il film di Stanley Kubrick del 1980 ha ricevuto una risposta mista da critica e pubblico dell’epoca. Tuttavia, da allora ha continuato ad essere considerato uno dei migliori film horror di tutti i tempi e ha avuto un’influenza enorme sulla cultura pop. Le parodie e gli omaggi fatti al film non hanno solo incrementato la sua popolarità, ma hanno spinto il pubblico a rendere Shining uno dei film horror da vedere a ripetizione ancora e ancora. Continua anche a generare interesse a causa della sua produzione travagliata, lunga e difficile durata più di un anno. Il superamento del piano produttivo è dovuto ai meticolosi metodi di Kubrick e alcune scene sono state girate tantissime volte al punto di far crollare gli attori. Detiene attualmente il maggior numero di ciak per la realizzazione di una sola scena, richiedendo ben centoventisette riprese di fila.

La Cosa, John Carpenter (1982)

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Quando il film venne rilasciato nel 1982, venne stroncato e liquidato immediatamente come spazzatura, ma dopo la sua uscita in home video e in televisione, La Cosa ha iniziato a trovare un nuovo pubblico. Attualmente è stato rivalutato come uno dei migliori horror di sempre, accumulando un seguito di fan e consacrandosi nella cultura pop. Scritto da Bill Lancaster e diretto da John Carpenter, il film combina elementi thriller e horror per creare un’esperienza inquietante unici nel cinema. Il trucco e gli effetti sono indubbiamente invecchiati ma sono ancora incredibilmente efficaci. Contiene inoltre un innumerevole quantità di Easter Eggs e di teorie, elementi che lo rendono un film horror da vedere di continuo.

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