The Gift: The Journey of Johnny Cash è un documentario fortemente focalizzato ma comunque multi-sfaccettato che tenterà di immergersi nel mitico passato del suo soggetto e di illuminarne l’anima fiabesca. Il regista Thom Zimny, che ha già lavorato a un altro documentario su un’altra icona popolare con Elvis Presley: The Searcher con lo stesso approccio “ridotto all’essenziale”, ha tessuto, con la piena collaborazione degli eredi di Cash, un ricco ritratto infuso di empatica ma cruda onestà, una onestà che probabilmente resisterà come fonte materiale necessaria a qualsiasi futuro biografo del cantante di Man in Black.

La narrazione completamente libera realizzata da Zimny e dallo sceneggiatore Warren Zanes si áncora al leggendario concerto del 1968 che Johnny Cash ha realizzato per i detenuti della Prigione Statale Folsom della California, un evento che è stato registrato sul fenomenalmente popolare (rivitalizzando provvidenzialmente la carriera di Cash) live album At Folsom Prison, e ha aiutato a solidificare la sua immagine di fuorilegge riabilitato – e potenziale recidivo – la cui dura vita e le malefatte avrebbero potuto condurre lui stesso dietro le sbarre. The Gift: The Journey of Johnny Cash torna frequentemente a Folsom, qualche volta per esemplificare la profondità di Cash e la solida preoccupazione per i meno fortunati, qualche volta per il suo ruolo di elevazione da artista ad icona, e qualche volta per sottolineare la sua importanza come uno dei tanti punti di svolta di una vita che pare costantemente alternarsi tra il successo e il disastro, tra il peccato e la redenzione.

Il film si sposta in avanti e indietro per richiamare diligentemente tanti di questi punti di svolta – ma solo quelli che sono ritenuti assolutamente necessari da Zimny e Zanes per far comprendere bene al pubblico chi era l’uomo dietro la musica. Non aspettatevi di vedere granché della carriera part-time di Cash in TV a la sua carriera da attore di film, o di sentire granché dei suoi concerti e delle sue registrazioni con Waylon Jennings, Willie Nelson e Kris Kristofferson nel gruppo country the Highwaymen. Per quanto quella parte della vita di Cash possa essere interessante, è irrilevante ai fini della storia che i produttori hanno scelto  di raccontare.

The Gift è più una storia orale, con un sacco di interviste non visive dai figli di Cash (Rosanne Cash, John Carter Cash) e gli ex compagni di band agli ammiratori ardenti (Bruce Springsteen, Robert Duvall) e storici della musica che danno le loro testimonianze come accompagnamento agli archivi fotografici. Gran parte della storia viene fornita da Cash stesso, attraverso registrazioni realizzate su nastri con l’autore Patrick Carr per il libro del 1997, Cash: An Autobiography. Riesce ad essere straziante, ad esempio quando ricorda il padre che, nonostante non abbia mai fisicamente abusato di lui, nemmeno gli ha mostrato amore però. E riesce anche ad essere profondamente emozionante, come quando ricorda la madre che ha lodato il suo unico e greve tenore espressivo, con parole che in seguito hanno ispirato il film God has his hands on you. Don’t ever forget the gift.

In nessun punto, tuttavia, Cash pare prevaricarsi o autocommiserarsi. Nemmeno quando mette l’accento sulla sua quasi fatale dipendenza da anfetamine e non attira scuse sulla sua recidiva ricaduta nell’abuso di sostanze – anche nel periodo in cui i medici prescrivevano con facilità farmaci a chiunque ne chiedesse – negli alcolici e tutti gli altri eccessi auto-distruttivi che hanno portato alla fine del suo matrimonio e seriamente minacciato i suoi rapporti con la moglie e collaboratrice June Carter Cash.

Rosanne Cash annota che suo padre “ha cercato di risolvere i suoi intensi problemi con il pubblico”, spesso esorcizzando i demoni personali spostandosi da un genere all’altro (country, rockabilly, folk, gospel, pop) e entrando in contatto con la popolazione. Anche se Cash sporadicamente è riuscito a trionfare sui suoi demoni e le due dipendenze, gli amici e i famigliari erano spesso testimoni indifesi delle sue sconfitte. The Gift: The Journey of Johnny Cash costruisce a modo suo l’happy ending, mostrando come Cash, dopo anni di concerti e registrazioni, ha riconquistato la sua autostima e si è riconnesso con il pubblico grazie alla sua collaborazione con il produttore Rick Rubin, la mente dietro gli album di Cash, American Records.

The Gift: The Journey of Johnny Cash è senza ombra di dubbio un ritratto completo. Chiunque sia interessato a imparare di più riguardo quest’uomo e la sua musica, dovrebbe considerare di aggiungere come supplementi anche Johnny Cash at Folsom Prison (2009) di Bestor Cram e The Winding Stream: The Carters, The Cashes and The Course of Country Music (2014) di Beth Harrington, altri due documentari piuttosto rilevanti.
Ma anche quest’ultimo documentario realizzato legherà per sempre i fan e rappresenterà un ottimo ritratto di quello che è Johnny Cash.

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