di Stefano Grimaldi

Esiste, dagli anni 20, una “ottava arte” (con licenza momentanea permettendo) dentro la “settima arte”.

Un universo fatto di attori e attrici capaci di far diventare “nostri” attraverso l’uso delle loro voci, miti e idoli stranieri della pellicola.

Chi non ha chiara nella mente la voce di Stallone, De Niro, Pacino, James Bond, Meryl Streep o del Mago Gandalf ecc.

Ecco, talento indiscutibile a parte dei protagonisti in questione, nell’immaginario collettivo delle generazioni c’è un rimando diretto ai propri beniamini e alla loro voce; cristallizzatasi nel nostro pensiero.

Senza voler evidenziare taluni piuttosto di altri-altre tutte e tutti meritevoli di considerazione, ma volendo stimolare l’approfondimento di questo impatto culturale voluto dal Governo di allora per promuovere la lingua italiana, avvicinare il grande pubblico al grande schermo e superare l’empasse creata dal “sonoro”; è atto di altrettanta giustizia indicare due fra le prime colonne portanti del doppiaggio, capaci di diventare significativamente familiari seppur con stili molto differenti.

Due voci eterne, ambasciatrici dell’importanza del doppiaggio all’italiana, riconosciuto in tutto il mondo della celluloide come uno fra i migliori in assoluto.

Pino Locchi e Ferruccio Amendola sono state e restano due voci iconiche e ispiratrici di quel momento della post-produzione di un film, fondamentale non solamente per rendere comprensibili i dialoghi fra gli interpreti dello stesso, ma anche per darne una personale visione recitativa attraverso timbri, cadenze, espressioni e impeti; “Al mio segnale scatenate l’inferno” di Luca Ward, è un affidabile esempio di quanto la personalizzazione e la visione di Ward abbiano dato emotività immortale a quella sequenza.

Ferruccio Amendola con il suo “colore di voce” inconfondibile, seppur opaco e non perfettamente timbrato, aveva una naturale capacità drammatica e una intensità emotiva da attore consumato ed esperto, tali da farlo entrare alla perfezione nei personaggi doppiati.

Non esistono un Al Pacino-Scarface, uno Stallone nei suoi prime, o un Dustin Hoffman al top, senza la sua voce.

Era sempre dannatamente dentro al personaggio. Se in situazioni drammatiche…meglio. Lui ci sguazzava. Era il suo ambiente naturale.

Per chi si domandasse cosa volesse dire essere un doppiatore perfetto, elegante e classico. Dalla dizione perfetta, dal timbro caldo e pastoso, virile, rassicurante e profondo; allora anche le new generation dovranno fare i conti con Pino Locchi.

Per scoprire quanto quella celeberrima riga “Il mio nome è Bond, James Bond” del titanico Sean Connery sia, ancora oggi, una icona del primo immortale 007 dello schermo. Oppure riconoscere in Terence Hill-Locchi, la mano destra del diavolo di Trinità…

Insomma, due stili, due epoche, due voci meravigliose dalle anime diverse; che ci hanno fatto attraversare il cinema di denuncia, di strada, d’azione, epico, brillante e divertente lasciando una eredità senza tempo.

Da veri Titani.