Dopo gli Oscar 2019, Hollywood dichiara guerra a Netflix: l’analisi del contesto

Netflix ha perso la battaglia degli Oscar 2019, ma si prepara a vincere una guerra su larga scala, nonostante la resistenza di Hollywood.


La cerimonia degli Oscar 2019 è stata un vero sollievo per l’Academy, che senza un presentatore ha dovuto rattoppare in fretta e furia la trasmissione. Una tranquillità che stabilisce un grande successo televisivo e commerciale, ma che fa da cuscinetto per la vera crisi che lo show business dovrà affrontare a seguito di quest’edizione dei Premi Oscar. La presenza di blockbuster come Black Panther e Bohemian Rhapsody hanno riportato in nuce la necessità di elaborare una categoria per i film popolari… e quella di trovare il modo di gestire la “questione Netflix”, della quale Steven Spielberg ha deciso di occuparsi a breve.

La mancata vittoria di Roma come miglior film dell’anno ha dato una certa soddisfazione ad Hollywood, che ha bisogno di tempo per capire come affrontare l’inevitabile avanzamento dei prodotti indie e streaming, a scapito degli studios tradizionali. Avendo speso la più ingente somma di denaro mai spesa per promuovere un film in lingua straniera, Netflix ha fatto sì che Roma stesse quasi per vincere il principale riconoscimento di categoria, sebbene il ballottaggio abbia fatto sì che Green book si prendesse la responsabilità di ostacolare la scalata dei nuovi mezzi di produzione cinematografica.

Perfino Jeff Shell, presidente di NBC e Universal, ha affermato che la vittoria di Green book è stata una conquista per Hollywood, in quanto “Roma non avrebbe mai potuto vincere la corsa”. Un insuccesso dalle vivide tinte politiche, essendo Netflix il maggior vincitore dei premi riservati ai film da quando Roma è stato in corsa per aggiudicarseli – avendo vinto Golden Globe, DGA, BAFTA, Critics’ Choice e perfino il Leone d’oro – candidandosi di fatto come titolo di punta per una storica e rivoluzionaria conquista degli Oscar. Conquista avvenuta fino ad un certo punto, avendo ottenuto tre statuette su dieci e consolidato la cinematografia messicana tra le migliori del mondo, ma che preannuncia una guerra fredda che ben presto avrà il suo picco maggiore.

La difesa di Hollywood contro Netflix è goffa e approssimativa

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Molteplici forze hanno fatto sì che Roma non vincesse il premio come miglior film, coi dirigenti degli studios inferociti con Netflix, accusata di star comprando i premi spudoratamente – sempre che le modalità d’acquisto di un Oscar siano davvero divenute criticabili – e volevano a tutti i costi evitare che questa minaccia diventasse realtà. Alcuni distributori negano addirittura che Netflix abbia mai fatto un montaggio per la release teatrale del film, perché la società si è rifiutata di rivelare le cifre del botteghino – che per ora si aggirano a 3,5 milioni – nonostante i difensori di Roma stessero cercando di conquistare buona parte dell’elettorato, abbagliato dalla mini release – quasi simbolica – del film al cinema.

Green book ha per lo più ricevuto voti per la difesa del cinema tradizionale, piuttosto che per il valore del film stesso

Gli Oscar 2019 sono stati i più discussi e criticati dai tempi di Shakespeare in love, film della Miramax targata Weinstein che riuscì, grazie agli intrighi politici e commerciali del produttore, a vincere il titolo di miglior film a discapito di Salvate il soldato Ryan. Sulla scia dei malumori, inizia a serpeggiare il vero motivo di tanto scalpore: i produttori hanno una paura nera di Netflix, che rappresenta una minaccia fisicamente incontrollabile. Perfino Steven Spielberg è intenzionato a parlare della questione alla dirigenza dell’Academy, affinché Netflix e le produzioni indie abbiano una collocazione adeguata ai premi, quali gli Emmy e i Globes piuttosto che gli Oscar.

In molti hanno dichiarato di aver votato per Green book al solo scopo di salvaguardare l’industria cinematografica, creando controversie sin dentro le produzioni dei due film, con Jeff Skoll e David Linde che, in figura di finanziatori di entrambi i titoli, li avevano inizialmente concepiti per la release cinematografica, sebbene Netflix gli abbia soffiato il progetto grazie ad un afflusso economico ben più sostanzioso, mai riservato ad un film in lingua straniera, per di più in bianco e nero. Di fatto, nessuno studio era disposto a sobbarcarsi un’impresa del genere come Netflix, che ha fatto leva sulle diversità tra il suo business e quello tradizionale.

Competere allo stesso gioco è l’unica via di salvezza degli studios

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Gli studios temevano di fatto che Netflix potesse vincere come miglior film, e che avrebbe usato questa leva per attirare a sé il potere centrale dello show business. Le preoccupazioni a riguardo vennero già rincarate con La ballata di Buster Scruggs, avendo i Coen dichiarato la loro felicità nel lavorare con Netflix e che lo avrebbero rifatto ancora. Gli studios avrebbero quindi potuto scegliere di produrre The Irishman, di Martin Scorsese, se solo ne avessero approvato il budget di circa 140 milioni, creando così un nuovo capitolo che porterà inevitabilmente le due realtà produttive a confrontarsi ai ferri corti – mentre si prepara un’altra battaglia, quella contro Apple e Amazon.

Se il pollaio è Hollywood e la volpe è Netflix, le galline non possono più sperare di salvarsi

Nel prossimo futuro, Hollywood cercherà di rendere sempre più breve la finestra cinematografica delle produzioni Netflix, oltre alla campagna – oramai politica – per confinare i colossi digitali ai premi “minori” dell’industria filmica, sebbene non possano sperare di riuscirci. Netflix è di fatto un membro della MPAA, ed equivale ad avere una volpe chiusa dentro ad un pollaio, pieno di prede grasse e succulente. Questo mette Hollywood di fronte all’unica vera soluzione al dilemma, ossia la progettazione di un piano competitivo che mantenga alto l’appeal degli studios tradizionali, anziché tentare di limitare il potere di Netflix.

Tutto questo mentre i vertici dell’Academy devono affrontare un altro cambio di testimone, oltre che quello dei metodi produttivi tradizionali con quelli più moderni. Molti volti importanti che ricoprono le cariche istituzionali di rilievo devono trovare un sostituto, e il ricambio generazionale potrebbe non giocare troppo a favore dello show business hollywoodiano, nonostante sia chiaro che gli studios non molleranno mai l’osso a favore di qualcosa che, come Netflix, non rispetta quelle regole stabilite per consuetudine, ma che nessuno deve permettersi di non rispettare. Il destino del cinema non è più nelle nostre mani – e forse non lo è davvero mai stato – ma mai come ora le scelte del pubblico, sebbene la realtà sembri dire il contrario, nulla possono in questa lotta fratricida che rischia di far diventare il cinema una compravendita calcistica.

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